| L’uso sostantivato dell’aggettivo “video”
è “la Video Arte”. Non c’è dubbio: non ci sbarazzeremo mai
di questa parola. Resiste. Resiste soprattutto in televisione. Resiste
alla politica dei generi (video-pittura, video-clip, video-fiction, video-ritratto,
video-danza, video-poema, ecc.) che è solo una politica di asservimento.
La Video Arte è un genere? Saremmo tentati di rispondere: sì,
l’unico. Invece no, la Video Arte non è un genere. E’ un numero.
E’ un ritmo. Un modo d’essere di questa matassa irta di elettroni. Poiché,
è vero, prima di tutto ci sono questi minuscoli insetti che scorrono
veloci nei fili tra due tubi catodici, quello della telecamera e quello
del monitor-ricevente. La Video Arte non ha nulla a che fare con il misticismo
delle nuove immagini, delle immagini senza telecamera. La Video Arte passa
ancora attraverso questo piccolo oggetto, queste piccola finestra, questa
ottica. Appartiene ancora al mondo dello Sguardo. Anche se si tratta di
uno sguardo indissociabilmente accoppiato con l’udito. Uno sguardo che,
per così dire, passa attraverso l’orecchio prima di passare attraverso
l’occhio. Il Video fa tutt’uno con l’oggettino che Nam June Paik tiene
nelle mani, e che di solito preferisce affidare ad altri, risparmiandosi
per il montaggio. Ma siamo nell’Orto degli Ulivi. Foto Please! Istante
di eternità. Di verità.
Dove va il video? Diciamo prima di tutto: di là fin là. Dal magma all’immagine. Passando attraverso questa macchina che si tiene in mano, che si mette davanti agli occhi. Viene montato solo quello che è stato girato. E solo quello che è stato girato viene elaborato. Verità fondamentale da non dimenticare mai. Altrimenti sei solo un grafico! DOVE VA IL VIDEO? All’inizio era la corrente. Il flusso. La cascata continua, informe, turbolenta degli elettroni. La matassa irta delle origini. Come percepirla? Da che verso guardarla? Rimpicciolirla o ingrandirla? Niente da vedere? Tutto da ascoltare. Gli elettroni, che rumore sanno fare! E’ proprio rumore. Concerto monotono delle linee di alta tensione. Come dirigerli? Come farli cantare? Si, proprio loro. Il video deriva di là. Nothing to Look, Jon Burris, Media Study, Buffalo. Per esempio. Di là. Di là due volte. Da questo magma gorgogliante e da questa piccola città del nord, nello Stato di New York: Buffalo, che significa Bel Fiume, nome predestinato ad essere una culla della Video Arte. Centro di ricerca importante durante gli anni 70, di cui oggi non si parla quasi più. Vi si realizzavano video e cinema sperimentale. I Vasulka avevano là il loro laboratorio. Oggi si sono trasferiti a Santa Fé (Nuovo Messico). Tutto si muove. Il video è cambiato. Probabilmente realizzano ancora video a Buffalo. Ma di certo non si tratta più di lavori paragonabili a Nothing to look. Alcune esperienze possono essere fatte una volta sola. Tranne in Giappone dove cercano di rifare tutto, di ripercorrere tutto, tutte le possibilità espressive della sperimentazione. E perché no? Persino Picasso copiava i Velasquez. Il video è cambiato. Non siamo più nel periodo delle esperienze radicali quando si inventava tutto nell’entusiasmo e nell’ingenuità, mescolando con gioia gli effetti sociali e le derive formali di “un nuovo medium”. Dieci, quindici anni fa si esplorava la materia, si gettavano le basi di un nuovo linguaggio, si definiva una specificità. Fu la missione dei pionieri oggi famosi (Nam June Paik, Steina e Woody Vasulka, Ed Emshwiller), di quelli un po’ dimenticati (Stephen Beck, Skip Sweeney) o restati totalmente sconosciuti come il nostro Jon Burris di Buffalo, bel fiume. Oggi, molta acqua è passata sotto i ponti. Il video esiste. E va. Va bene? Va. Ma dove? Si può rispondere a questa domanda in diversi modi. Per esempio enumerando i progetti sui quali lavorano “alcuni” di questi nomi che hanno fatto esistere il Video. Nam June Paik, mentre è tutto preso nella ricerca di sponsor per la sua prossima trasmissione satellitare, Bye Bye Kipling, che dovrebbe aver luogo tra Seul-Tokyo-NewYork, durante le Olimpiadi, sta terminando in tutta tranquillità il montaggio di un video sulle relazioni tra figli e genitori all’interno del Living Theatre. Lavoro che forse mostrerà per la prima volta in settembre, a Locarno, dove l’anno precedente aveva filmato Julian Beck, un mese prima della sua morte, in raccoglimento sulla tomba di Bakunin. I Vasulka, tra un laboratorio e l’altro a Stoccolma o a Madrid, a Chicago o a Vienna, continuano a riunire materiali per il loro grande affresco sul leninismo. Ci lavoreranno il tempo necessario e poi un giorno sbarcheranno da Santa Fè e ci stupiranno ancora una volta, lasciandoci tutti sbalorditi con le loro geniali trovate. John Sanborn afferma, e chi vuol capire capisca: “Non mi chiamate più videoasta, io sono un artista dei media”. Realizza clip su richiesta, a New York o a Tokyo. “Capta” spettacoli di music-hall. Si conserva un giardino segreto dove coltiva una fiction; tutto in spot. In Europa, la belga Marie André e il tedesco Michael Kier cercano finanziamenti per fare un film, un vero film. Michel Jaffrenou prepara da un anno il suo prossimo megashow, Vidéopérette, su sei grandi schermi. Catherine Ikam, anche lei, sta per fare una mega opera. Con Tod Machover, musicista (Ircam, MIT), sta scrivendo una opera-video, Valis, partendo da un romanzo di Philippe K. Dick. Sarà realizzato al Beaubourg per il decimo anniversario dell’apertura del Centro. Claude Mourieras girerà presto l’ultima coreografia di Jean-Claude Gallotta, Pandora. In 35 millimetri. Montaggio in video su nastro da un pollice. Riversando direttamente il negativo in pellicola su video. Copie a scelta: video o filmica. Jean-Louis Le Tacon prepara una trasmissione per Canal Plus, filma spettacoli, moda, clip di cantanti. Non smette mai di lavorare. Patrick Prado sta macchinando qualcosa in Messico. Ma in 16 millimetri. “Il video è troppo complicato, troppo caro e inabbordabile”. Dominique Belloir sta terminando dei clips-violini, Vivaldi, ecc. Con l’aiuto del CAC di Saint-Brieuc. Dove si incrocia con Dominik Barbier che lavora al Merlin (un piccolo trouquer digitale) dei brevi clips interamente blu. Per farla breva, tutto questo va, continua, prende il suo tempo (a volte è inevitabile), spesso adocchia il cinema, i varietà, il grande spettacolo, spera molto dalla televisione, o ne dispera. Eravamo contro la televisione. Ora cerchiamo di sedurla. Pre-vendita o non prevendita? Questo è il problema. Si cerca di produrre solo quello che si vende. Invece che vendere quello che si è cercato di produrre. La ricerca non ha più lo stesso senso. Allora chi inventa ancora? Perché un linguaggio non sa restare vivo senza un costante rinnovamento: auto-superamento. Ora il video affronta dei soggetti, piccoli e grandi. Investe se stesso in altri prodotti. S’impossessa di tutti i generi. Elabora generi suoi propri: video-danza, video-music, video-ritratto, video-lettere, video-paesaggi, ecc. Il video è un aggettivo, come giustamente ha detto Serge Daney. Ma non sarebbe possibile che in quache caso esso fosse anche un sostantivo? Un uso sostantivato dell’aggettivo. L’uso sostantivato dell’aggettivivo video è la VideoArte. DOVE VA IL VIDEO? Si può rispondere a questa domanda per esempio guardando le foto di alcune bande video, tutte consultabili nelle cartelle stampa dell’ultimo Festival di Montbéliard (dove più di 500 video sono stati presentati in una settimana). Su queste foto (quasi tutte senza effetti) si vede molto bene quello che piace al video: corpi mangiati dalla luce, divorati dalla febbrilità instabile dell’elettroni. Metamorfosi della carne in un involucro diafano, fantomatico: il video non è carnale. Le cellule di carne videografata si fanno porose. L’aria dell’esterno comunica con le nuvole interne. Le atmosfere si contaminano. Sfumano i confini tra solidi, liquidi e gas. Tutto diventa volatile, irradiato. Il video va verso questo. Sempre. E’ questo che l’attira. E’ la sua ragion d’essere: rappresentare un mondo che sta perdendo la sua forma a forza di creare forme. Attraversare le apparenze con una traversata. Mostrare che tutto è passaggio. Anche il video. Dove va il video? In tutti i sensi. In tutte le direzioni. A forza di guadagnare terreno, ha finito per per occuparlo quasi tutto. Ma a volte è meglio tornare all’origine. E’ il motivo per cui, cercando di rispondere a questa domanda anche in molti altri modi attraverso i testi e le foto che compongono questa pubblicazione (oggetto senza domani o testa di serie?), cominceremo col chiederci da dove ha origine il video. Paik e Vostell possengono la risposta: i loro gesti inaugurali rimangono indimenticabili. E si prolungano fino ai loro più recenti lavori. Infine affronteremo subito la questione dell’attuale esplosione del video. Ho mostrato a Paul Virilio alcuni nastri che amo. Come si consulta un oracolo. E vale davvero un viaggio a Delfi. Tanto più che Virilio eccelle nei riferimenti mitologici. Un discorso vasto che manca alle abituali riflessioni sul video. Partendo da questo, si spazierà un po’ in tutte le direzioni. Bill Viola compie un percorso senza dubbi. Con Raymond Bellour gli si chiederà: perché? In che modo? E fantasticheremo con lui sulla fine della caméra, perché per lui non si tratta di eliminare il reale come punto di partenza, ma di rimpiazzare l’ottico con il “sonico”. Il tempo comico era il tempo del muto. Il video ha qualche cosa a che fare con il comico: questione di (mal)trattamento dei corpi. Ma il video ne parla. Il corpo video è un capello sulla lingua del cinema. Questo è proprio da Daney! Sempre più numerosi, i videasti. Luci puntate su qualcuno che già ha tracciato una carriera singolare: Alain Bourges, Patrick De Geetere, Koen Theys, Jean-Michel Gautreau, Marie-Jo Lafontaine, Robert Cahen, Tony Oursler, William Wegman. E un breve questionario a molti altri, non meno singolari. Analogico o digitale? Sempre di più il video mescola queste due forme di trattamento. Alcuni non vi si adatteranno mai. Alain Bourges detesta il digitale e ci tiene a dirlo. Altri non si decideranno mai a fare solo video quando si sentono cineasti nell’animo. Come Michaël Kleir. Questo conferisce estrema chiarezza al suo discorso sull’ambiente. Mai un’impresa arrischiata annienterà il video. Mallarmé voleva fare un giornale –e lo fece– tutto da solo. Mai un videasta da solo farà la Televisione. La sua Televisione. Lo sognerà tutti i giorni. L’avanguardia ha la pelle dura. Il video è un’utopia: Raymond Bellour ne è convinto. Infine è certamente attraverso la proliferazione delle installazioni che si può dire con più esattezza dove va il video. Con le installazioni il video torna direttamente alla sua origine: la molteplicità senza limite, il formicolio controllato. |