| Curiosamente, nel dibattito sollevato
a proposito dell’immagine numerica risorge l’antichissima disputa iconoclasta
le cui virtù fondatrici sono provate dalla periodicità storica
con cui si ripropone.
Può essere avanzata l’idea di un parallelo tra l’epoca “classica” del cinema (Hollywood) e le origini della rappresentazione cristiana (Bisanzio). Hollywood è stata certo più spesso paragonata a Babilonia che a Bisanzio, ma per altre ragioni. Quelle che ci interessano ora riguardano quel rapporto diretto tra immagine e mito, quell’indistinzione tra forma e immaginario che il cinema americano ha imposto. L’immagine del cinema classico, ignorando impunemente le vicende del reale, mirava a trasmettere solo un’ “essenza” del cinema, per quanto primitiva e feroce. Rivelando i trucchi della macchina e mostrandoli proprio tutti, la Nouvelle Vague scopriva una liturgia spoglia, il cui rigoroso rituale non distoglieva più l’accolta dei fedeli dall’oggetto della loro adorazione. La Nouvelle Vague metteva già in scena la morte del cinema “nell’epifania delle sue rappresentazioni”. (1) A sua volta, l’immagine numerica ritraccia abbastanza fedelmente la reazione gesuitica. Non solo perché è un’immagine di Stato, dove gli zelatori si contendono il favore del Principe, le Chiese non si svuotano e i suoi fasti invadono il nostro quotidiano, ma perché essa ritrova l’idea del Barocco. Simulacro uguale se non superiore al suo modello, l’immagine di sintesi non pretende di rappresentare niente: si impone come oggetto di conoscenza e di sperimentazione, come modello. I giochi elettronici, i sistemi di simulazione e di visualizzazione utilizzati nell’aeronautica, nell’urbanistica o nell’esercito, l’elaborazione grafica con il computer, ecc determinano un processo che interviene nel rapporto tra l’individuo e il reale. Perché rischiare un aereo quando gli allievi possono esercitarsi davanti a uno schermo? Perché restare legati alle leggi ottiche e gravitazionali quando è possibile ogni tipo di manipolazione delle forme? La riflessione sull’esperienza e le condizioni di riproducibilità che essa di conseguenza ha prodotto, poi l’assimilazione al simulacro e la rarefazione del senso introdotta dall’informatica, hanno sostanzialmente modificato le circostanze della conoscenza empirica. Da Galileo in poi l’evoluzione tecnologica tende verso una iperselettività della visione. Poiché il perfezionamento degli strumenti di osservazione ma soprattutto l’estensione dei media hanno ridotto la questione della distanza a una scelta delle commutazioni, la prossima tappa sarà quella di semplificare lo spazio riducendolo a pochi dati utili. Al pilota non interessa il colore dei campi o il volo delle rondini quando, per atterrare, gli bastano una prospettiva fatta da qualche linea e i dati meteorologici. Per questo le immagini di sintesi sono considerate più operative rispetto a una rappresentazione globale del reale che implica invece una necessaria mediazione. Intesa così, la funzione dell’immagine è dell’ordine della precessione (2) e non più dell’intercessione. L’immagine-simulacro non si riferisce a niente, si afferma come reale, più reale della realtà. Si ritroverebbe quindi alla fine del XX secolo quello che i Gesuiti obiettarono alla Riforma attraverso (tra l’altro) quell’eccesso dell’iconografia religiosa che fu il Barocco: la sparizione di Dio. Se si realizzasse in pieno la “Rivoluzione” dei sistemi di rappresentazione, che dovremmo intendere piuttosto come cambiamento delle modalità percettive, apparirebbe evidente che il ruolo rivestito del video in quell’ambito è molto diverso da quello che pensiamo. Alcune delle cannoniere ideologiche che bombardano oggi i riluttanti ad abbandonare le cose note per avventurarsi in quello che non si conosce, aprono la via a un nuovo ordine della rappresentazione. Che il video vi rientri, non è per niente certo. Poiché se è vero che il video si rivela particolarmente adatto a sviluppare una logica rispetto all’universo mediatico, ciò avviene sempre, paradossalmente, iscrivendosi in una tradizione della rappresentazione. Questione di identità. Arte o Medium? Immanenza o circolazione? Ontofania o messaggio? Prodotto da una generazione nata con la televisione, ma cresciuta in una cultura “pre-elettronica”, il video si è formato nel rifiuto della televisione come media. Rapporto ambiguo ma, dopo tutto, necessariamente contemporaneo all’emergere di un supporto del tutto nuovo. Mac Luhan diceva che il contenuto di un medium era il medium precedente... Ed è vero, il contenuto della televisione è la radio. Da parte sua, il video, che non è del tutto un media, non propone un contenuto uniforme: cinema, musica, televisione, arti plastiche, fotografia, radio... si trovano in dosi diverse nella ricetta. Ciò vuol dire che da una parte un corpus è in corso di elaborazione, da un’altra che il video si integra nella tradizione e che infine, ma solo il tempo confermerà questa ipotesi, gli aspetti più prolifici del video sono quelli più vicini alla scoria o all’ibridazione. L’innesto è una tecnica che il video sopporta benissimo. L’introduzione della fotografia, del film, del disegno non produce nessun effetto di eterogeneità. Immagine-Camaleonte, melting-pot ideale, l’immagine video, bella donna ma soprattutto donna del suo tempo, accetta tutti gli omaggi e crea ogni tipo di ibridazione. E in questo non c’è niente di avvilente, al contrario, il video si afferma come un supporto profondamente legato all’espressione della sua epoca. Luogo di passaggio, superficie senza profondità, ebbra di velocità, troppo liscia per lasciarsi turbare da un sentimento, aggressiva nelle suo aspetto per nascondere la fragilità della sua essenza, spesso asessuata, e infine effimera per definizione, l’immagine video è uno specchio e il moltiplicarsi dei suoi riflessi suggerisce il labirinto moderno. 1) Baudrillard, “La percezione
dei simulacri”, in Traverses n°10
|