Su “Boulez-Répons”
L’ACQUA DEGLI SPECCHI
di Michel Chion
All’inizio quell’idea di spezzare il filo
del sincronismo. Solo il compositore-direttore d’orchestra, isolato nella
sua nuvola, resta come custode del tempo reale; mentre gli strumentisti
si lasciano andare in ralenti d’acquario. Le loro figure, isolate o in
gruppo, che ci ricordano come nel sostantivo “solista” sia contenuto l’aggettivo
“solo”.
Così ognuno di loro è solo,
e benché li si veda occupati nell’esecuzione, la musica continua
a soverchiarli da ogni parte: essa non sarà mai semplicemente la
somma dei loro sforzi separati. Il suono, sfuggito dal corpo sonoro, non
ci ritorna più, e vive ormai in un altra sfera dell’esistenza. E’
proprio questa evasione che, tra le altre cose, filma Robert Cahen.
Tuttavia la sua prima scoperta, in una
realizzazione che considero del tutto riuscita, rimane quella di aver confrontato
l’immagine dell’esecuzione e l’ascolto del suo risultato sciogliendoli
da ogni automatico asservimento temporale, e quindi dalla corrispondenza
necessaria e pedissequa tra ciò che si vede e ciò che si
ascolta. La stessa cosa vale per la forma generale: non ha voluto ricalcare,
duplicare la forma e l'articolazione musicali. Un découpage visivo
molto strutturato, in sequenze nettamente distinte, si sovrappone allo
svolgimento musicale, senza pretendere però di aderire perfettamente
ai suoi contorni.
Poiché è proprio questa
combinazione particolare e sempre imprevedibile di precisione e di flessibilità,
di sincronismo e asincronismo, che fa esistere il film, nella sua complessità,
nella sua forza, permettendo all’immagine di non essere pura ritrasmissione,
e alla musica semplice emanazione acustica, o illustrazione. Niente è
limitato, chiuso, poiché i tre ingredienti visuali di questo film
(filmato dell’esecuzione, fenomeni naturali rielaborati con i mezzi video,
e infine inserzioni brevi, ma determinanti, dell’immagine di un uomo che
corre, nel quale sembra riassumersi l’umanità) si succedono, si
intersecano, si fondono costantemente ma non sistematicamente. L’immagine
video è scaturigine inesauribile di immagini, e un attimo dopo è
una carta porosa, che magicamente assorbe all’istante queste cascate, per
ricondurci all’immagine concreta di uno strumentista che è là,
al lavoro, spesso in una condizione di all’erta e di attesa.
Un’idea fondamentale dell’opera, si sa,
è di non aver scelto come strumenti solisti quelli a fiato o quelli
suonati con l’archetto (che invece sono riservati all’orchestra), ma strumenti
i cui suoni hanno l’inevitabile destino, una volta prodotta la prima vibrazione
sonora, di smorzarsi più o meno rapidamente: piano, cembalo, ecc.
Tutti strumenti in cui il suono può essere trattenuto solo attraverso
una specie di illusione, che è la ripetizione rapida, il trillo...
La scrittura stessa di questo pezzo, rende l’orecchio attento alle storie
di prolungamenti e risonanze, di abbassamenti acustici, storie corte o
lunghe, semplici o complicate, della ricaduta della musica verso il silenzio
o della lotta per sottrarla ad esso. Boulez utilizza persino i suoni generati
dalla macchina 4-X, come ultima risorsa di un accanimento terapeutico,
per prolungare la vita del suono, o piuttosto per arricchire l’affascinante
storia della sua morte.
E quando Robert Cahen mette a confronto
questa musica con le sue immagini sincrone o sfasate, realiste o surreali,
ripropone una questione classica, quella della causa e dell’effetto. Chi
ha provocato cosa? Questa massa visuale è la fonte di questo suono?
L’urto visibile di questo maglio, l’impulso di queste onde acquatiche?
E’ il suono a far vibrare le immagini o è il contrario? Domanda
che si rinnova sempre, che coinvolge tutte le facoltà della percezione
ma anche, insensibilmente, le capacità fantastiche.
Talvolta la musica, il film, sembrano
spingere ulteriormente questo gioco fino a strapparlo alle leggi naturali.
L’intervento con alcune manipolazioni visive, a specchio, apre un abisso
nell’immagine, una ricchezza al di là dell’origine. Il flusso e
il riflusso del mondo, che di solito è solo la pulsazione della
sua sostanza, destinata comunque all’erosione, alla morte, sembra ridiventare
genesi, creazione primordiale. Le onde, spingendo altre onde, senza fine,
originano una forza che potrebbe non esaurirsi mai: il climax. Poi giunge
il momento –sono gli ultimi minuti– in cui il film sa che è tempo
di lasciar scorrere l’opera musicale verso il suo destino aperto e in cui
l’immagine sceglie di restare sulla riva, continuando ad offrire all’immaginario
acustico la sua superficie scintillante. Il film ha capito che non deve
imprigionare la musica nella sua scatola e che, lasciandola vivere nella
dimensione che le è propria, può trasportare lungo il fluire
musicale il falso specchio rotto delle sue immagini-viaggio. E poi in fondo
ogni ascolto individuale di un’opera, nella coscienza e nella sensibilità
dell’ascoltatore, non è già di per sé un “falso specchio
rotto”? E così quando un ascoltatore-creatore capta, prolunga, rigenera
e ricompone, infine concretizza in immagini i lampi e le onde che un’opera
musicale genera nella sua coscienza –questo fa sì che Boulez-Répons
sia un bel film. |