Il giorno (o forse era una notte) in cui
Fred Barzyk, produttore alla WGBH di Boston ordinò una trasmissione
di 60 minuti su John Cage a Nam June Paik, quest’ultimo che fino ad allora
aveva realizzato solo dei corti scarabocchi con il suo sintetizzatore,
fu assalito di colpo dal panico. “Era come se, dopo aver imparato a
guidare una Volkswagen, mi si chiedesse di portare un Boeing 747”. Ascoltando
solo il suo coraggio la chiamato del cielo, l’inventore della Video Arte
riuscì comunque a far decollare A tribute to John Cage documentario
lungo felicemente saturo di effetti di coloritura, in mezzo ai quali il
Robot K 456 inventato da Paik – parla , cammina e caga fagioli – fa la
guardia, sui marciapiedi del Greenwich Village, al Maestro degli anni Fluxus
raccolto davanti a un piano per eseguire la sua Sinfonia del Silenzio,
dando infine al Rumore tutta la sua importanza.
Aveva appena terminato questo tour de
force (“realizzandolo sono passato all’improvviso dal giardino d’infanzia
all’università”) che già la Tredicesima Catena (WNET) di
New York gli chiedeva anch’essa un programma completo. Forte delle sue
esperienze di aerei a lunga percorrenza, Paik salò subito
in una navetta spaziale e mise in orbita Global Groove, questa capsula
senza carburante che non smette di girare sopra le nostre teste con
tutti i prototipi degli strumenti che ci servono a navigare oggi nello
spazio/tempo elettronico. Le pagine di Global Groove sono una giornale
di bordo. Descrive i primi dell’uomo nel vuoto.
(“Non bisogna confonderci: è il
video che descrive, non siamo noi a descriverlo. Siamo convinti di
descriverlo quando invece non facciamo che trascrivere quello che ci consegna
nelle sue onde. Scrivere su un video ha come solo interesse di misurare
il suo potere assertivo. Cosa mostra che non è ancora stato?”)
AL PRINCIPO ERA IL ROCK
Il primo passo dell’uomo nel vuoto sono
i passi di danza. In principio era il rock. I piedi di Pamela Soussa e
di Kenneth Urmston sono primordiali nella storia della navigazione videografica:,
quanto nella storia della pittura quelli del Joueur de Flute di Manet:
gli uni come gli altri, perché essi non si appoggiano su niente.
Nel XX secolo, ciò che meravigliava
i visitatori del Salon (da cui Manet alla fine fu espulso), era il fatto
che il personaggio galleggiasse in un’assenza totale di scenario, sostenuto
da nessuno sfondo, al centro di nessuna situazione , né in primo
piano né sullo sfondo: come pura rappresentazione. Corpo dipinto,
vibrante di colori (ancora contenuti da alcuni tratti).
Un secolo più tardi, quello che
faceva andare in visibilio i primi spettatori di Global Groove e rallegra
ancora oggi coloro che scoprono quest’opera “vecchia” di 10 anni,
è che il suolo che si offre al calpestio dei due rockers non è
altro che il loro corpo stesso, iniettato come fondale da una seconda camera
(attraverso una chiave di incrostazione, blue key, manovra tecnica che
non si è obbligati a saper decomporre per apprezzare gli insoliti
incontri che essa opera).
In primo piano e in dettaglio: due coppie
di piedi agitati. Dietro e per così dire sotto di loro, due corpi
sciancati dalla testa ai piedi. Corpi interi più piccoli dei loro
piedi. Ma tuttavia più larghi perché servono da supporto.
Corpi – scenario, corpi – supporto, corpi universo. Sono il tappeto volante
di se stessi. Per fare i suoi primi passi nel vuoto l’uomo spinge
le sue gambe a passeggiare da sole lontano dal resto del corpo. Frammentazione,
simultaneità, cambiamento di scala: queste tre parole lampeggiano
sul giornale di bordo per segnalare i primi effetti della messa in orbita.
Global Groove è entrato in assenza di gravità: ecco come
si traduce. Il corpo non è più sottomesso alla verticalità
(imposta altrove dall’attrazione terrestre e dal realismo del codice prospettico).
Questo significa che a sua volta ogni parte di questo corpo può
separarsi dall’insieme, tuttavia restando in esso. Le due posizioni
sono possibili simultaneamente perché si tratta di due punti di
vista. Le cose cambiano di dimensione, le dimensioni cambiano di scala.
Le scale coesistono nella totale relatività. La relatività
stessa diventa relativa, subisce delle torsioni in ogni istante. Le proposizioni
vacillano e fluttuano le distanze. Di chi fidarsi? Abbreviazione radicale
di tutte le distanze, il cammino più breve da un punto ad un altro
è uguale a zero. Non c’è più né il primo né
il secondo piano, né lo sfondo, ma la superposizione dello stesso
piano di tutte le profondità possibili, con subitaneo appiattimento.
In superficie, istantaneamente, la parte più lontana entra in comunicazione
con la più vicina. La prossimità è immediata: ogni
spazio si confonde in un eterno presente. Elettronicamente, tempo e spazio
hanno un denominatore in comune, una base comunicante: il tempo si materializza
in spazio. E’ un volume piatto. Blue key: una delle numerose manopole del
tavolo di comando che permette a Global Groove di strapparsi alla pesantezza.
Ed eccone un’altra: feedback. L’immagine si curva, si innalza a spirale.
Primo feedback di Global Groove: il feedback
tipo, un sole tentacolare, agitato da spire centrate. Punteggiatura sulfurea
(gialla e verde) che coincide con un cambiamento della frase nella musica,
segno precorritore di una messa in feedback generalizzata. Ed ecco ora
i danzatori che si inarcano su se stessi, si moltiplicano all’infinito
in un’onda dilagante di riflessi che oscillano in un decrescendo.
Forma informe, evanescente, compatta, schiuma pachidermica, magma
primitivo di cui si tratta certamente di ex-trarre il contorno da una fascia
luminoso che improvvisamente non racchiude più nulla, se non una
massa monocolore, sagoma concava oscillante al l’infinito.
Autonomia dei contorni, perdita dell’unicità:
dei nuovi occhi si illuminano nella scatola nera che rivela
ogni turbolenza del piano di volo e registra ogni loro minima conseguenza.
E’ la moltiplicazione che mette
fine all’unicità del corpo in preda alla rappresentazione elettronica.
Nulla può arginare il suo duplicarsi, e il duplicarsi del suo duplicarsi.
Specchio di sé stessa, l’immagine non rinvia più alla realtà,
luogo dove gli esseri se non le cose sono ritenuti unici. Tra queste e
quelle il limite viene abolito in un “batter di dubbio”.
Sussiste il tratto, solido al posto, che
separa esseri e cose dal loro centro ambientale. Ma giustamente eccolo,
questo tratto, che circondo un contenuto che evapora, lasciando solo una
pozza di polvere. E’ quello che ha ottenuto con il suo divorzio dal
con a cui egli era legato, sembra, da sempre: le forme certe e molto differenziate
di un’esistenza. Frontiere in fuga, distaccate in ogni parte, non
è più segno ma segnale. E quello che questo segnala ormai
si chiama un’essenza. Idealismo innato di un tale sistema di rappresentazione:
ogni corpo non è che l’emanazione attualizzata di una forma pura.
; il suo pannello di controllo, nel quale si è pregati di cadere.
Viaggio senza ritorno dal concreto all’astratto. Dall’unione alla dissociazione.
Tutti i componenti, a uno a uno, riprendono la loro libertà. All’inizio
gli arti, i bordi; poi la massa. E va ugualmente. E sempre di meglio in
meglio.
Fine del feedback. Ritorno al primo dispositivo:
i piedi, davanti; dietro i proprietari dei piedi. Ritorno puro e semplice?
No. Questa volta, il fondo si muove, convulso in una serie di rapidi zoom
su uno dei ballerini, fino a che i piedi in primo piano non cambiano di
taglia. Lo scarto si crea ancora tra due punti di vista simultanei che
l’incrostazione sovrappone: essi non si differenziano più solamente
per la distanza ma anche per il movimento. L’uno è fisso.
L’altro no. Mentre che si vede simultaneo lampeggia più velocemente,
un altro intermittente fa la sua apparizione: autonomia del fondo. Questa
autonomia esisteva fin dall’inizio; era necessario un movimento per
renderla visibile. Infine è la fine. La fine della prima sequenza.
Il rock termina su un piano generale mostrando una decina di ballerini.
Si deduce che i due virtuosi che avevamo sotto i nostri occhi (doppiamente)
erano prelevati come da un effetto di luop. Estrazione che designa un tale
spettacolo come ingrandito, spinto nella parte di un tutto, passaggio dall’insieme
al sotto - insieme. Visione parziale. Tagliata.
ALLEN GINSBERG
Seconda sequenza. Cambiamento di regime
senza transizione. Allen Ginsberg fa la sua preghiera buddista –
OM OM OM – con i suoi piccoli cimbali tibetani.
(Descrivere è proiettare tutto
quello che si sa su quello che si vede. Ginsberg condensa il concetto
di nuova letteratura fondata sull’elettricità, la radio, la tv.
Come Kerouac, Burroghs, Snyder. La beat generation è anche la byte
generation. Burrougs vive dei dividendi delle calcolatrici Burroghs. Non
è un caso. Tutti questi scrittori fanno una gara di velocità
con i nuovi media. Kerouac prova a scrivere più rapido della radio.
Ginsberg si misura ai flash del TG. Tutta l’opera di Paik consiste nel
rilevare i legami tra Ginsberg, Cage, Cunningham, Kaprow: per mostrare
il loro allacciamento sulla stessa presa di energia. Quella che prima
di tutto fa anche funzionare la Video Arte.)
Ginsberg nel Global Groove. Monaco barbuto
estatico. Eccolo preso in un processus di dissoluzione della sua
entità a colpi di coloritura, disturbi, scollamento del contorno,
mixato con un feedback. Lo stesso. Sole vorticoso dell’energia primaria.
Fusione di tutte le fissioni.
Smembramento senza scissione. E’ forse
lì che abita il potere del feedback, in modo generale: moltiplicare
senza disperdere. Il feedback unisce quello che genera. Coagula, poiché
tutto quello che lo circonda si sembra un’emorragia. E’ ,’antidoto a tutte
le separazioni che il video non cessa di pronunciare (tra corpi e sfondo,
bordi e massa, membri e totalità, tempo e spazio, volume e
superficie) E’ la coesione del ritrovato.
Il feedback dimora in Ginberg, lui che
è andato a cercare in Oriente la Via verso l’Unico attraverso il
ritorno del Se al Se.
L’UOMO INCROSTATO
Re-rock (un altro). Terza sequenza. Subito
si accende l’intermittenza uomo incrostato/ incostante. Cascata di incrostazioni
non soltanto sui piedi delle ballerine come nella prima danza (o viceversa,
in questo caso, lo sfondo e la scena non smettono di invertirsi, accrescendo
la complessità del dispositivo di partenza), ma anche in primissimo
piano sui corpi che si vedono invasi da un gomitolo di scarabocchi che
li incrosta, ora dietro ora sotto di essi, sfondo autonomo che si pone
come alternativa ai loro corpi per poi diventare pavimento per i
piedi.
L’uomo incrostato, il cui modello è
il presentatore del giornale televisivo che parla davanti a delle immagini
che si rinnovano senza sosta, manifesta l’autonomia del corpo rispetto
al decor (e viceversa). E’, letteralmente, un’immagine dentro un’immagine.
Un essere di trama. L’uomo incrostato esiste solo in quanto si dissolve.
Offre il suo corpo ma custodisce la sua anima. E fa anche di più:
la rende visibile. L’uomo che si incrosta è un anima di trama. Suonate
violini! Metteteci l’anima...
LA MACCHINA PER RIMONTARE L’IMMAGINE
Violoncelli, vibrate! Ed ecco la quarta
sezione, la famosa sequenza del TV-cello. Ecco la macchina per rimontare
l’immagine, come dire “rimontare il tempo”. Da dove viene l’immagine? Da
un’altra immagine. E quest’altra? A forza di risalire la corrente si finisce
con arrivare alla sorgente. E questa sorgente non è un’immagine.
E’ un suono. All’inizio era il suono. Il mistero delle origini: ci sarà
presto rivelato. Da chi? Da Tv-cello in persona, che sembra ideato apposta
per far quadrare l’equazione: Tv = cello.
La televisione è un violoncello
una macchina del suono: ecco il segreto del video. Non ce ne sono altri.
Chi sa questo ha compreso tutto. Tv = cello, non è un mistero, è
un enigma! Sì. Dietro i suoi tre televisori imolati su un palo in
plexiglas, Charlotte Moorman propone gli enigmi della Sfinge. Facciamo
gli Edipo.
Rappresenta anche la Madonna con colori
improvvisi che rimandano al Veronese o a Tintoretto. Cosa c’è di
più normale? Il fatto che lei sia in atto di partorire non è
meno paradossale del mettere al mondo un figlio di Dio da una Vergine Madre,
figlia di suo figlio. All’inizio era the son* (*il figlio per analogia
grafica con le son = il suono). Il figlio.
Ciò che emette, questo violoncello,
non sono soltanto dei suoni, sono anche delle immagini. Le immagini che
derivano da tali suoni. Derivare non è la parola giusta. Tra suono
e immagine c’è un rapporto, un rapporto però che non illustra
una generazione pura. Si tratta di causalità semplice, diretta,
univoca. Non si può stabilire esattamente in che misura l’uno è
il derivato dell’altro. Ma ne è comunque l’origine o almeno
così pare. Ci troviamo nel regno delle apparenze. Come definire
questo rapporto?
Il Tv-cello non produce una immagine ma
svariate immagini. Immagini dell’immagine: quello che esso rappresenta
nelle sua interezza è ciò che il resto dell’immagine di cui
fa parte illustra nel particolare, nel frammento, in primissimo piano.
Delle immagini che interpretano il ruolo di fuori campo, all’interno
dello stesso quadro. Interpretando il ruolo del referente le une in rapporto
alle altre. Tutto è nell’immagine. Non c’è nulla al di fuori
dell’immagine. A parte il suono. Solo, esterno, e impossibile da comprimere
nel quadro dell’immagine: il suono. Il suono trabocca l’immagine dalla
quale tuttavia deriva. In altre parole il difuori è anche il didentro.
Soprattutto il didentro. Non vi è difuori all’infuori del didentro.
Ecco quello che ripete questa diabolica o divina macchina-per-suoni-per-immagini
che altro non è che la TV-Cello di Paik.
IL SEGRETO SVELATO
Riassumiamo: la Tv-Cello non produce suono
ma rapporti tra le immagini. Tra queste immagini parziali, vi è
lo stesso tipo di rapporto che tra l’immagine totale (sempre composta dal
molteplice) e il suono. L’immagine è la mise en abime del suono.
Ecco il segreto svelato da questa sequenza, che non potrebbe definirsi
antologica se non fosse ontologica. Essa non ci affascinerebbe nello
stesso modo, ogni volta nel rivederla, se noi non sentissimo, seppur confusamente,
che essa detiene la chiave, la formula molecolare, del video.
L’intermittente molteplicità si
illumina, si accende.
Niente panico. Non sappiamo cosa significhi:
c’è sempre più di un’immagine nell’immagine. L’immagine è
il prolungamento del suono. Il Suono è la scala dell’immagine. Charlotte
Moorman agitando il suo archetto sopra tre televisioni del suo strumento
evoca queste guide che, al momento della foto, si mette in posa vicino
ad un monumento gigantesco per sottolinearne la grandezza.
Salvo che qui il monumento tiene nel palmo della mano colui
che è ai suoi piedi. Ecco quello che Paik finalmente fotografa:
l’oscillazione della scala all’interno di un piccolo schermo. Improvvisamente
ingrandito attraverso le sue divisioni interne. Ecco, ora possiamo
continuare, passare ad altre sequenze, continuare a descrivere, passo a
passo gli effetti e i loro impatti, forbite da Paik all’inizio degli anni
’70.
Possiamo anche fermarci, è quello
che stiamo per fare, poiché il seguito del viaggio per essere molto
piacevole non riserva delle sorprese nuove. Al meno a questo livello.
Contro l’ebetismo
Per finire, quindi, una parola sul titolo:
Global Groove. Come tradurlo? Come intenderlo? Global rinvia evidentemente
al villaggio globale di Mac Luhan. Ma groove? Spaccatura, solco, dice il
dizionario. Io l’ho per molto tempo tradotto in riferimento al taglio planetario:
taglio globale, faglia universale. Che introduce nel campo epistemologico
la rivoluzione dei media elettronici, e al primo posto della televisione.
Più tardi, Chris Dercon mi ha suggerito che groove era una formula
matematica che designa nella teoria degli insiemi un insieme vuoto. Vuoto!
Che fortuna. Subito adottata, diffusa, interpretata. La sigla del groove,
come insieme vuoto, è uno 0 barrato: ø. Ancora meglio. Lo
si vede tracciato da un aereo nel cielo, partendo da Merce by Merce by
Paik, in quasi tutte le bande di Paik. Come una firma, un sigillo discreto.
Interrogato direttamente, qualche mese
fa, Paik, rifiutando alcune delle interpretazioni che si potevano evincere
su questo titolo, me ne rivelò l’origine aneddotica. Mentre lavorava
a Boston al montaggio di Global Groove, tornava di tanto in tanto in autobus
a New York. Attraversava i quartieri neri e pensava all’ebetudine che procura
il jazz a quelli che ne abusano come per una droga e si designa questo
con il termine groove. Non più complicato di quello. L’ebetudine
generalizzata dalla mondializzazione della Televisione. Titolo non privo
di peso critico. Sempre la solita strategia: Video versus TV. Ebetudine
per fare a pezzi l’arte video. Allora questo sentimento un po’ glauco
può capovolgersi in una altra ebbrezza. L’ebbrezza del vuoto. |